Rassegna Stampa

"Tra le novità viste all'esordio quella di Sabina Negri, uno di quei personaggi che piacerebbero a Renzo Arbore"
Roberto Levi - IL Giornale
"Donna spiritosa, femminista, amica di Pupi Avati e Fernanda Pivano"
Gian Antonio Stella - Tribù Spa - Feltrinelli
Intervista
Immagino cominciasti a dar del "tu" alla penna da bambina. Con racconti fantasiosi ad esempio? Ricordi le tue prime creazioni, magari poi sottoposte con fierezza ai tuoi genitori?
In realtà da bambina mi inventavo le storie più assurde, dallo zio col trapianto di cuore, perché avevo sentito parlare di Barnard al telegiornale, alla sorella che lavorava in un circo, perché era passato in paese un circo, e i miei genitori erano perplessi perché ai bambini si insegna la sincerità e non capivano perché dovessi volare qua e là con la fantasia. In realtà la sincerità è una cosa diversa dalla fantasia e i bambini sono veri sempre. Ci credono quando giocano e in questo sono attori straordinari. Scrivere era un gioco bellissimo. Una volta mi ero innamorata follemente di un mio compagno delle elementari e scrissi sul mio diario: "da quando lui è partito per il mare la mia vita non ha senso": credo di aver superato anche Liala con questa affermazione. Era un gioco, il gioco dei grandi.
Il riconoscimento delle tue doti è arrivato abbastanza presto. Sappiamo che il consenso è una "liberazione" per chi vuole esprimere il proprio talento. Questo consenso ti arreca inquietudine in vista dei lavori che hai in cantiere oppure ti lascia serena?
Il riconoscimento delle proprie doti non arriva mai, in realtà. Uno si aspetta sempre di più e contemporaneamente teme che il poco che ha ottenuto gli sia tolto.
E' un' eterna contraddizione, pare che si riesca ad essere sereni solo ricordando. Anche perché il ricordo non ha rischi. Ma vedi, nella vita qualcosa bisogna pur mettere in gioco, anche col rischio di perdere, o è il lavoro o sono i sentimenti.....se non rischi su qualcosa rischi la depressione.
Come hai reagito alla notizia che il tuo lavoro sarebbe stato rappresentato?
In realtà il mio primo lavoro è stato rappresentato tanti anni fa da Carlo Delle Piane e non ho neppure avuto il tempo di accorgermene, è stato tutto velocissimo: dal nostro primo incontro al festival a Genova dove è stato rappresentato. A volte non succede niente per anni, poi tutto accade all' improvviso e tu ti chiedi se sono proprio le tue parole quelle che stanno ascoltando. Ricordo che le cose che avevo scritto gli scivolavano sulla bocca e io neanche le sentivo, ero troppo impegnata a guardare la reazioni del pubblico. Poi è iniziato il periodo dei concorsi, dei corsi di drammaturgia...
C'è un autore che ti si avvicina o nel quale pensi di riconoscerti?
Un autore in cui mi riconosco? No com' è possibile? La sola cosa che ci regala la vita è l' unicità, ognuno di noi è unico e irripetibile, qualsiasi cosa faccia, anche la più banale: in quel preciso modo la potrà fare solo lui. Ho imparato, questo sì, dal mio insegnante Giuseppe Manfridi, grande drammaturgo contemporaneo. Ma è stata solo tecnica, non immaginazione.
Nelle tue fatiche quale è il messaggio che vorresti fosse captato dal pubblico. C'è un filo conduttore che le caratterizza?
Il mio messaggio è che non c'è un destino precostituito ma dipende sempre dalla tua storia. Credo che se fossi nata in Africa mi troverei a fare cose che, con questa mentalità, sicuramente non condivido. E questo è un principio molto cattolico: non giudicare mai. Poi ci sono cose secondarie come gli equivoci tra uomo e donna, le diverse aspettative... ma questi sono legati ad una vena ironica.
Se ti chiedessero di lavorare come autrice per la TV, accetteresti?
Certo che accetterei. E per vari motivi: innanzitutto perché credo che la televisione abbia bisogno di nuove persone e di nuove idee, e penso che queste trasmissioni, tanto povere di contenuti, abbiano stufato tutti. La gente arriva a negare di seguire la tv perché capisce che non è certo un segno di intelligenza e cultura, sopratutto se parliamo di certi programmi. Ho già pronti alcuni progetti che spero di poter realizzare. Chi viene dal teatro ben conosce la cura che deve mettere nei propri lavori e sa che il pubblico va rispettato, che bisogna preparare lavori di qualità, magari allegri e brillanti ma non demenziali o addirittura dannosi per la formazione dei ragazzi o delle personalità più fragili. Lo scopo è stimolare e divertire, non alienare.
Non hai pensato di fare un soggetto per un film oppure pensi di lavorare solo per il teatro?
Ho già scritto soggetti e sceneggiature per cinema e televisione, non perché io li preferisca al teatro, anzi, ma per la necessità di misurarmi con altro e per quella di avere soddisfazioni economiche più significative. Ma tutto nel nostro ambiente è difficile e faticoso, fatta eccezione per gli effimeri successi delle veline o dei ridicoli protagonisti del "Grande fratello", che sono comunque exploit di breve durata. Per ora propongo, lotto e tengo duro: poi si vedrà.
Giocoforza sei a contatto ormai con personaggi di rilevanza dello spettacolo in genere. Non ti sembra che i mass media li abbiamo sempre rappresentati come dei mostri sacri? Non sarebbe utile far emergere anche i loro limiti e contraddizioni magari con un lavoro teatrale?
Frequento personaggi dello spettacolo descritti dai giornali come mostri di popolarità e successo a 360 gradi.
Gli addetti stampa ribadiscono che bisogna porsi da vincenti in una società che tende ad immedesimarsi con certe figure. Io non la penso così, ma non posso certo cambiare la regole del gioco.
In realtà sono persone fragili e insicure, vittime del proprio narcisismo e di un egocentrismo perennemente frustrato. Il bisogno di piacere ad ogni costo è una condanna che sa di sconfitta. La precarietà di un lavoro nel quale si attende sempre essere scelti è ansiogena, e quando vengono scartati soffrono. Ho conosciuto grandi artisti che per lunghi periodi hanno avuto problemi di sopravvivenza, e poi un giorno sono stati "scoperti" e portati alle stelle. Ma spesso questo successo dura poco perché poi ti mettono da parte. Insomma, le leggi del mercato artistico sono spietate.
Puoi citare i titoli di alcuni tue opere? Quale quella attualmente in programmazione.
Ricordo il mio primo premio al festival di Ripetta, a Roma, con " Giulia Settembrini". Quando mi hanno chiamata per darmene la notizia ho riappeso il telafono senza neppure chiedere dove mi avrebbero premiata. Ero così incredula che neppure consideravo l'ipotesi di poter essere stata io la vincitrice. Poi c'è stato il premio città di Trieste con "L' angelo e la ballerina", Aquilegia blu con "Piccola storia di una donna matta", un monologo che ho nel cuore e che mi piacerebbe riprendere per farne uno spettacolo. E poi "La confessione", "Un ducato rosso sangue" interpretato da Alessandro Preziosi e Violante Placido, per finire con "Gioann Brera", "Al Moulin Rouge con Toulouse Lautrec" interpretato dal mio grande amico Carlo Delle Piane. Ora sono in scena con " Alla faccia della cucina francese". Inoltre ci sono gli altri testi chiusi nel cassetto a cui ho grande voglia di dare vita. Ma, come sempre, i tempi sono lunghi e bisogna aspettare l' occasione giusta. Il fare per fare non serve.
Quale il progetto che hai in cantiere?
In cantiere ho una commedia brillante: mi piace sorridere dei mali della società. Sto scrivendo un libro che mi appassiona molto e partecipo come ospite fisso a Markette. Sono emozionata e felice.
Nel tuo paese natio ti si vede sempre raramente. Quali ricordi hai della fanciullezza passata a San Fiorano. C'è stata una persona che particolarmente ricordi con affetto?
Il passato sembra sempre più bello del presente, sembra che la memoria sia fatta per abbellire i ricordi.
In realtà ci sono stati anche momenti bui dove mi è parso che la luce non spuntasse più. E parlo degli anni della malattia di mia madre, della dura consapevolezza della sua assenza. Ma se penso a me bambina allora mi si spalancano finestre che ancora mi danno vita.
E' strano come una persona debba riempirsi di serenità, quando c'è, e fare la scorta per quando questa viene a mancare. Certo, non lo sai prima, ma quando mi capita di essere giù vado a pescare proprio lì, rievocando persone che ho conosciuto e amato. Persone che hanno creduto in me e mi hanno aiutata a crescere.
La mia maestra, la mia tata Piera, Colomba, il mio amore bambino Franco e tutti gli altri amici: Mao, Cinzia, che fortunatamente non ho mai perso e che non mancano mai a una mia prima. Insomma gli amici veri sono ancora lì, ad avere valore sono solo i rapporti che crescono con te nel corso degli anni e che ti fanno capire che non sei sola.
Tutto il resto conta lo spazio di un incontro o di un lavoro.
La forza, quella vera, va cercata negli affetti profondi, e i miei sono tutti lì.
